(una pagina un fotogramma una scena)

(una pagina un fotogramma una frase una parola un uomo una donna un bambino una scena un istante un ricordo)

sabato 11 giugno 2011

"Vergogna" di J.M. Coetzee

Per un uomo della sua età, divorziato, gli sembra di aver risolto il problema del sesso piuttosto bene. Il giovedì pomeriggio va in macchina a Green Point. Alle due in punto preme il campanello all'ingresso di Windsor Mansions, dice il suo nome ed entra. Sulla porta del n. 113 lo aspetta Soraya. David attraversa la camera, che profuma di buono e ha una luce soffusa, e si spoglia. Soraya esce dal bagno, lascia cadere l'accappatoio e s'infila nel letto accanto a lui. - Ti sono mancata? - gli domanda. - Mi manchi sempre - risponde David. Le accarezza la pelle color del miele, senza i segni del sole; la fa distendere, le bacia il seno; fanno all'amore.
Soraya è alta e snella, con lunghi capelli neri e occhi scuri e liquidi. Tecnicamente ha l'età per essere suo padre; d'altronde, tecnicamente, si può essere padri a dodici anni. E' suo cliente da più di un anno; la trova di sua completa soddisfazione. Nel deserto della settimana, il giovedì è diventato un'oasi.
A letto Soraya non è esuberante. In realtà ha un'indole assai tranquilla, tranquilla e docile. Le sue opinioni generali sono sorprendentemente moralistiche. Come riesce a conciliare le sue opinioni con questo tipo di lavoro David non glielo chiede.
Perchè Soraya gli dà piacere, poichè questo piacere è inesauribile, ha cominciato a provare un certo affetto per lei. Ed è convinto che, in parte, l'affetto sia ricambiato. L'affetto non è amore ma se non altro è suo parente stretto. Per novanta minuti la paga quattrocento rand, metà dei quali finiscono alla Discreet Escorts.
Davide si è trastullato con l'idea di chiederle di vedersi quando è libera. Gli piacerebbe passare una serata con lei, magari una notte intera. Ma non la mattina dopo. Si conosce troppo bene per costringerla a fermarsi fino alla mattina dopo, quando è freddo, burbero, impaziente di restare solo.
David gode di buona salute, la sua mente è lucida. Di professione è - o è stato - uno studioso e l'erudizione, a tratti, lo avvince ancora. E' felice? Secondo i normali criteri di valutazione, sì, ne è convinto. Ma non ha dimenticato l'ultimo coro dell'Edipo: non dire di un uomo che è felice finchè non è morto. Non provando alcun rispetto per la materia che insegna, non riesce a lasciare il segno sugli studenti. Quando parla, i loro occhi lo attraversano senza vederlo, dimenticano il suo nome. La loro indifferenza lo irrita più di quanto voglia ammettere.
La prima volta Soraya aveva un rossetto vermiglio e un pesante ombretto intorno agli occhi. Non piacendogli l'appiccicaticcio del trucco, David le ha chiesto di toglierlo. Soraya ha ubbidito e da allora non si è mai più truccata. E' stupito che novanta minuti la settimana in compagnia di una donna siano sufficienti a renderlo felice. Le sue necessità si stanno rivelando assai lievi, in fondo, lievi e passeggere come quelle di una farfalla.
Gli viene in mente Emma Bovary che ritorna a casa sazia, con lo sguardo appannato, dopo un pomeriggio di scopate selvagge. <<Questa è dunque la felicità! - esclama Emma guardandosi meravigliata allo specchio - Questa dunque è la felicità di cui parlano i poeti!>>. Beh, se mai il povero spettro di Emma dovesse capitare dalle parti di Città del Capo un giovedì pomeriggio, se lo porterà dietro per mostrargli come può essere la felicità: moderata, molto moderata.


(ilaria antoniani)

La Canzone del Piccolo Principe

"L'essenziale è invisibile agli occhi"
 

(ilaria antoniani)

venerdì 10 giugno 2011

"Una donna" di Sibilla Aleramo


[…] E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale.
Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i suoi figli?
Ma la buona madre non deve essere come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana. E come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole e incompleta, a un uomo che non la riceve come una sua uguale; ne usa come d´un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l´abbandona sola,mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia?
Dacché avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con insistenza. Avevo provato subito una simpatia per quelle creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte sino a recidere in sé i piú profondi istinti, l’amore, la maternità, la grazia. Sempre più il mio pensiero cadeva sulla parola emancipazione, che ricordavo di avere sentito nella mia infanzia, da mio padre seriamente, ma poi sempre con derisione da ogni classe di uomini e di donne.
Indi avevo paragonato a quelle ribelli la gran folla delle donne inconsapevoli, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui io, le mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute,eravamo degli esemplari.
Un fatto di cronaca mi indusse un giorno di scrivere un articoletto e a mandarlo a un giornale di Roma che lo pubblicò. Era in quello scritto la parola femminismo, e quella parola, dal suono cosí aspro mi indicò un ideale nuovo, che io cominciavo ad amare come qualcosa migliore di me.
VIVERE! Ormai lo volevo, non piú solo per mio figlio,
ma per me, per tutti.

(ilaria antoniani)

venerdì 3 giugno 2011

"La stazione" di Wislawa Szymborska

Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E' scesa molta gente.

L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E' avvenuto perfino
l'incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole. 

(Wislawa Szymborska)

 

 (ilaria antoniani)

giovedì 2 giugno 2011

"La cipolla" di Wislawa Szymborska

La cipolla è un'altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla - cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un'eco in coro composta.

La cipolla, d'accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi - grasso, nervi, vene,
muchi e secrezioni.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.


(Wislawa Szymborska)


(ilaria antoniani)