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martedì 21 giugno 2011

"Per Tina Modotti" - Pablo Neruda


Tina Modotti, sorella, non dormi, no, non dormi:
forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l'ultima rosa di ieri, la rosa nuova.
Riposa dolcemente, sorella.

La nuova rosa è tua, tua è la nuova terra:
ti sei messa un nuovo vestito di seme profondo
e il tuo soave silenzio si colma di radici.
Non dormirai invano, sorella.

Puro è il tuo dolce nome, pura è la tua fragile vita:
d'ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma;
d'acciaio, linea, polline, si costruì la tua ferrea,
esile struttura.

Lo sciacallo sul tuo prezioso corpo addormentato
protende la penna e l'anima insanguinate
come se tu potessi, sorella, levarti
sorridendo al di sopra del fango.

Nella mia patria ti porto perché non ti sfiorino
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non giunga l'assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai in pace.

Lo senti quel passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grandioso che viene dalla steppa, dal Don, dal freddo?
Lo senti quel passo fiero di soldato sulla neve?
Sorella, sono i tuoi passi.

E passeranno un giorno dalla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri appassiscano;
passeranno per vedere quelli di un giorno, domani,
dove stia ardendo il tuo silenzio.

Un mondo marcia verso dove andavi tu, sorella.
Ogni giorno cantano i canti delle tue labbra
sulle labbra del popolo glorioso che tu amavi.
Col tuo cuore valoroso.
Nei vecchi focolari della tua patria, sulle strade
polverose, una parola passa di bocca in bocca
qualcosa riaccende la fiamma delle tue adorate genti,
qualcosa si sveglia e comincia a cantare.

Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il nome tuo
noi che da ogni luogo delle acque e della terra
col tuo nome altri nomi taciamo e pronunciamo.
Perché il fuoco non muore.


(Pablo Neruda)


(ilaria antoniani)

Farfalla



(ilaria antoniani)

"Romeo e Giulietta" (Giulietta e la fiala)


Addio! Sa il cielo quando c’incontreremo di nuovo. Un vago gelido terrore mi scorre per le vene e par quasi che agghiacci il calore della vita. Le richiamerò indietro perché mi consolino. Balia!... ma che potrebbe fare, qui, per me? Bisogna ch’io reciti da sola la mia lugubre scena… vieni, o fiala…
E che accadrà se questa mistura non avesse alcun effetto? Dovrei dunque sposarmi domattina? No, no… questa lo impedirà… E  se questo fosse del veleno che il frate m’avrebbe somministrato perfidamente per farmi morire, al fine di non patir disonore per queste nozze, dal momento che m’ha già sposata a Romeo? Temo che sia proprio un veleno. Eppure mi vien da pensare che non lo sia perché la persona ha pur sempre avuta la fama di un sant’uomo. E che accadrà se, quando sarò nella tomba, mi sveglierò innanzi che Romeo venga a liberarmi? Ecco un pensiero veramente orribile!
Non resterò io forse soffocata, là, sotto quella volta sotterranea, dentro alla cui fetida bocca non penetra neppure un alito d’aria fresca? Non morirò ivi strozzata innanzi che giunga il mio Romeo? O, se rimango in vita, non è forse probabile che il pensiero della morte e delle tenebre notturne, insieme con il terrore che emana il luogo, quel sotterraneo che da centinaia di anni ha visto ammucchiarsi le ossa di tutti i miei antenati sepolti, là dove Tebaldo insanguinato, ancor fresco di terra, viene man mano putrefacendosi, là dove, come dicono taluni, a una certa ora della notte si dan convegno gli spiriti…
Ahimè, ahimè, non è probabile che io, risvegliandomi prima del dovuto, in quel nauseabondo lezzo, rintronato da strida pari a quelle che mette la mandragola divelta da terra e tali da far smarrire la ragione al mortal che l’ode… se mi sveglio, allora, non diventerò pazza anch’io circondata come sarò da tutti quegli orrori? E, colta da follia, non prenderò forse a baloccarmi con le ossa dei miei padri? Non strapperò io forse al loro sudario le membra straziate di Tebaldo?
E in un accesso di furore, brandendo a guisa d’una clava l’osso d’un qualche mio vecchio antenato e colpendomi con quello il capo, non farò schizzar fuori le mie disperate cervella? Guarda là, mi sembra di vedere lo spettro di mio cugino mentre insegue Romeo ch’ebbe a infilzarlo sulla punta della sua spada. Fermati, fermati Tebaldo! Fermati! Romeo, vengo a te. Questa la bevo a te…



(ilaria antoniani)

lunedì 20 giugno 2011

"Arrendersi al corpo" - Il processo dell'analisi bioenergetica

 "Io credo che siamo diventati una nazione di sopravvissuti, tanto spaventati dalla malattia e dalla morte da essere incapaci di vivere come persone libere"


Da qualche parte, nel profondo di ciascuno di noi, c'è il bambino che era innocente e libero e che sapeva che il dono della vita era il dono della felicità. L'infanzia, quando sia normale e sana, è caratterizzata da due qualità che portano alla gioia: libertà e innocenza. Il nostro comportamento e le nostre espressioni sono controllati, invece, da un Super-Io che ha il suo decalogo di ciò che si deve Fare e Non-Fare e il potere di punire se vengono violati i suoi comandamenti. Il Super-Io è l'interiorizzazione del genitore "autoritario". Però funziona sotto il livello della coscienza per cui non siamo consapevoli che le limitazioni che impone al nostro sentire e alle nostre azioni non sono il frutto della nostra volontà. Detronizzare il Super-Io e recuperare la propria libertà di espressione non trasforma l'individuo in un essere incivile: è invece la condizione per essere un membro responsabile della società, una persona veramente morale. Solo una persona libera è capace di rispettare i diritti e la libertà degli altri.



(ilaria antoniani)